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Biografie abusive di perfetti sconosciuti: Vito, galantuomo di battigia

Quando torno in Puglia mi piace osservare la mia gente, lo faccio con quell’affetto particolare che nasce quando certi modi, certe voci, certe esagerazioni le conosci da sempre e, in qualche misura, ti appartengono.

Al mare, poi, questa mia abitudine peggiora sensibilmente, mi basta un cappello, un modo di camminare, una borsa termica di proporzioni sospette, una frase pronunciata qualche decibel sopra il necessario e la mia immaginazione comincia a produrre documentazione apocrifa


La storia...


Vito, ventinove anni da circa mezzo secolo.


Stamattina al mare ho visto un uomo, di circa settantacinque anni o qualcosa in più, costume zebrato, croce d’oro al collo, orologio di dimensioni parrocchiali e una quantità di capelli ormai amministrabile per nome, nella mia immaginazione poteva chiamarsi soltanto Vito.

Vito appartiene a quella generazione di uomini convinti che il corteggiamento sia un servizio pubblico e che, pertanto, vada erogato anche in assenza di specifica richiesta.

Ignoro chi sia, cosa faccia e quante donne abbia sedotto nella sua vita, a giudicare dall’atteggiamento, però, ai suoi tempi deve aver avuto un certo successo.



Vito, galantuomo di battigia

Il problema è che, nella testa di Vito, “i suoi tempi” sono ancora questi.


Ore 9.12, il soggetto compare sulla spiaggia: costume zebrato di dimensioni amministrativamente insufficienti, gambe sottilissime, quasi due parentesi sotto una pancia monumentale alla cui edificazione la birra sembra aver contribuito con continuità e spirito civico.


Al collo catena d’oro con croce, al polso un orologio che potrebbe tranquillamente essere avvistato dalla costa albanese, fede matrimoniale regolarmente presente e, a quanto pare, con funzioni puramente decorative, in mano una Peroni (Nessun intento pubblicitario, ma togliere la Peroni a un barese in spiaggia avrebbe compromesso l’attendibilità della ricostruzione).


Ma il capolavoro risiede sulla testa, Vito possiede una modesta colonia di capelli brizzolati che parte da un orecchio, affronta con coraggio la regione cranica e raggiunge l’altro orecchio secondo un antico progetto di ricongiungimento territoriale.


Il vento li solleva, li rimette, il vento insiste, Vito pure.


Sorride spesso, gli manca qualche dente, circostanza che conferisce ad alcune consonanti una libertà fonetica tutta personale e rende il suo italiano ancora più avventuroso.


Ore 9.18, Vito assume la posizione fondamentale della giornata: mani sui fianchi, pancia avanti, sguardo verso l’Adriatico.

Un uomo che contempla il proprio regno, nella sua testa ha ventinove anni, forse trenta, nelle giornate di particolare pessimismo.


Passa una donna, Vito rientra immediatamente in servizio, pancia dentro, petto fuori, l’operazione produce risultati geometricamente trascurabili.


«Signorì… buongiorno.»

Lei risponde. Errore tattico.

Per Vito un buongiorno costituisce apertura formale dei negoziati.

«Oggi il mare è bello… però pure lei, diciamo, si difende.»

La donna sorride e continua a camminare, Vito si volta verso il vicino d’ombrellone, un uomo anche lui di una certa opulenza di gioielli.

«Ué, l’sê vist?»«Ce cos?»«Ha ris!»«De te.»

Vito beve un sorso di Peroni.

«Me’vabbè… semb ris jè.»


Scusate mi tocca intervenire la conversazione termina qui, solo quattro sillabe complessive, sufficienti tuttavia affinché io, autoproclamatami l’Accademia dei Lincei incaricata di verbalizzare il corteggiamento, possa certificare che sul piano strettamente statistico Vito ha ragione: sempre sorriso è.

Proseguo...


Ore 10.17, bagno, prima di entrare in acqua Vito bagna accuratamente i capelli con le mani, il mare può essere imprevedibile e certe opere di ingegneria capillare meritano prudenza, avanza fino all’ombelico la pancia entra per prima, la croce d’oro la segue con lieve ritardo.


Avvista due signore, cambio di rotta.

«Ué, buongiorn’ a sti do’ bbèll’ bagnand’!»

Una delle due risponde, altro errore.

Vito si avvicina.

«I’ veng semb dò. A me m’canòsc’n tutt quant.»

Poi, con quella gravità riservata alle testimonianze storiche:

«Quann’ jèr’ uagnòn’ facèv’ na stragg’!»

Una delle due lo guarda.

«D’ C’ osa?» ( scusate ma è davvero difficile scrivere il dialetto)


Silenzio.


Per qualche secondo l’Adriatico intero sembra attendere la risposta.

«De cor’, signò! E ce avìt capìt?»


A questo punto ritengo doveroso intervenire, la conversazione ha ormai superato i limiti linguistici previsti dal racconto e richiede traduzione giurata. Dunque: Vito sostiene, in sintesi, di essere conosciuto sull’intero litorale e dichiara che, durante la giovinezza, avrebbe provocato un numero considerevole di vittime sentimentali. Alla richiesta di precisare la natura della strage, chiarisce trattarsi di cuori.


La ricostruzione dei fatti appare fortemente autobiografica e, allo stato attuale, priva di riscontri indipendenti.


Ripresa magistrale, e io, a questo punto, comincio quasi a credergli.


Perché Vito forse è stato davvero bello, a ventinove anni aveva i capelli, i denti, una camicia aperta sul petto e la stessa catena d’oro. Forse ballava, corteggiava, faceva ridere le ragazze e tornava a casa convinto che il mondo fosse un luogo costruito principalmente per consentirgli di piacere alle donne.


Sono trascorsi cinquant’anni, lui ha ricevuto la comunicazione, ma evidentemente ha deciso di presentare ricorso.


Ore 11.20, Vito torna alla sdraio, apre un’altra Peroni e osserva il passeggio.Passa una signora elegante, sulla sessantina, Vito si alza, sistema i capelli, raccoglie l’addome per quanto consentito dalla normativa vigente.


«Signò… poss’ disc’ na cos’? Cu tutt’ u’ rispett’, pecc’ i’ so’ nu cristian’ ca rispett assàj ’e fèmm’n.»

La premessa suscita già qualche apprensione.

«Mi dica.»

«Vù sit’ na fèmm’n… com’ s’ disc’… fin’. Proprj fin’.»

La signora sorride.

Vito potrebbe fermarsi, ha vinto, la Storia gli concede una via d’uscita decorosa, ma la rifiuta.

«Pur’ da ret’.»

Incidente diplomatico.

La signora riparte.

Il vicino d’ombrellone scuote la testa.

«Vit’, tu t’ sì mbarà a stat citt’.»

«E pecché? Stev’ scenn’ bun’.»

«Appund’. Quann’ va bun’, stat citt’.»


Vito ci pensa e beve la sua Peroni


A beneficio del lettore, ormai comprensibilmente privo di strumenti diplomatici, ritengo necessaria una traduzione: Vito ha appena dichiarato alla signora di essere un uomo profondamente rispettoso dell’universo femminile, l’ha definita una donna raffinata e, raggiunto un risultato sorprendentemente dignitoso, ha ritenuto opportuno estendere il complimento anche alla veduta posteriore.

Il collega d’ombrellone gli ha quindi suggerito una strategia sentimentale rivoluzionaria: quando le cose stanno andando bene, tacere, Vito, allo stato attuale, valuta la proposta.

La Peroni appare più convincente.


Ore 12.30, bilancio della mattinata: nove donne salutate, quattro buongiorno, due sorrisi, un grazie e almeno un’occhiata che potrebbe assumere rilevanza amministrativa.


Per Vito è stato un trionfo, prima di tornare a casa si alza ancora una volta, mani sui fianchi, gambe sottili, pancia gloriosa, catena al sole e capelli eroicamente ricondotti da un orecchio all’altro.


Guarda il mare, poi guarda le donne e sorride, nella sua testa: ventinove anni.

Nella realtà: Vito, una Peroni in mano e una quantità di autostima che, opportunamente collegata alla rete elettrica, potrebbe illuminare Bari fino a Natale.


E forse è proprio questo il suo segreto: Vito è invecchiato, il concetto di sé stesso molto meno.


E sapete che c’è?Fa proprio bene.


Settantotto anni all’anagrafe, ventinove nell’amministrazione interna, una tale fiducia in se stessi, opportunamente distribuita alla popolazione, potrebbe fare più bene all’umanità di parecchi manuali di autostima.

Quindi lunga vita a Vito, e pure alla Peroni…

Solo per rigorose esigenze documentaristiche, naturalmente.

 

Con simpatia

Carla Babudri

Biografie abusive di perfetti sconosciuti: Vito, galantuomo di battigia


Ci tengo a precisare: personaggi, nomi e vicende sono di pura invenzione, se qualcuno dovesse riconoscersi, me ne dispiaccio: la letteratura, talvolta, possiede l’indelicatezza di arrivare alla verità senza essere stata invitata.

 

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Mi astengo da qualsiasi responsabilità per le immagini o foto in cui non viene menzionato l'artista, prelievo tutto da internet e qualora fosse indicato il nome dell'autore è mia premura nominarlo, SEMPRE!

Grazie Carla



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