Biografie abusive di perfetti sconosciuti: Filomena, l’aristocratica dell’insofferenza
- Carla Babudri

- 20 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
Io ho un problema: guardo le persone e invento loro una vita, così, nel giro di pochi minuti, qualcuno ha una storia.
Da questo momento quanto segue è frutto della mia immaginazione, le persone in questione con ogni probabilità, tutte rispettabili e forse in vacanza.
La Storia…
L’ho osservata per cinque giorni prima di decidere che meritava un fascicolo personale, all’inizio avevo pensato semplicemente a una signora distinta, una di quelle donne che conservano una certa compostezza persino quando il resto dell’umanità ha già ceduto alla ciabatta di gomma, alla borsa termica con la cerniera rotta e al panino avvolto nella stagnola.
Poi ho capito che la questione era più seria, Filomena cosi l’ho chiamata, con ogni evidenza, odiava il genere umano e lo odiava senza proclami e senza scenate, soprattutto senza discriminazioni, esercitando un’insofferenza così equanime da poter essere considerata, sotto alcuni profili, una forma superiore di democrazia.
Ignoro naturalmente il suo vero nome, potrebbe chiamarsi Lucia, Adelaide, Maria Grazia oppure Sua Altezza Serenissima Donna Eufrasia Caracciolo di qualcosa. Dopo cinque mattine trascorse a osservarla, tuttavia, Filomena mi è sembrato il nome adatto a una donna che si presenta in spiaggia vestita interamente di panna.
Panna il costume, l’asciugamano, la borsa colo panna persino le scarpe, perché Filomena al mare portava delle vere scarpe, già questo avrebbe dovuto insospettirmi.
La sua sdraio possedeva inoltre una dignità istituzionale che la distingueva nettamente dalle altre, mentre noi comuni cittadini sedevamo su strutture di alluminio variamente cigolanti, Filomena disponeva di una seduta color avorio che sembrava appartenuta a qualche governatore coloniale in congedo. Sopra di lei, un ombrellone crema con eleganti frange lungo il bordo, persino le frange avevano ricevuto un’educazione, quando arrivava il vento, quelle degli altri ombrelloni sbattevano, si rivoltavano e prendevano a schiaffi i villeggianti, le sue oscillavano appena, con quella compostezza propria delle famiglie che possiedono argenteria ereditata e rancori risalenti almeno al 1847.

Filomena arrivava presto, molto presto, per alcuni giorni avevo attribuito la circostanza all’amore per la luce del mattino, alla temperatura più mite, forse a qualche salutare abitudine maturata negli anni.
Mi sbagliavo!
Filomena arrivava presto perché sperava di battere sul tempo l’umanità.
Ore 7.46, Filomena prendeva possesso della propria postazione con la solennità di chi entra in un palco alla Scala, posava la borsa, sistemava l’asciugamano eliminando qualsiasi piega contraria all’ordine costituito, si sedeva, accavallava le gambe e guardava il mare.
Non entrava in acqua subito, questo dettaglio mi aveva incuriosita, Filomena trascorreva ore davanti all’Adriatico mantenendo con esso un rapporto puramente diplomatico.
Ore 8.12, si alzava dalla sdraio e avanzava verso la battigia, io, ingenuamente, pensavo: Ecco, oggi si bagna, Filomena arrivava a circa venti centimetri dall’acqua, il mare avanzava, Filomena arretrava, il mare si ritirava, Filomena avanzava, per qualche minuto i due negoziavano la delimitazione dei rispettivi territori senza giungere ad alcun accordo, poi Filomena alla sdraio con i piedi perfettamente asciutti.
Aveva trascorso cinque minuti al mare riuscendo a evitare il mare, cominciavo a provare rispetto.
Ore 8.31, comparivano i primi bambini, Filomena li avvertiva prima ancora di vederli: un pallone attraversava il suo campo visivo e il suo volto assumeva quell’espressione che nei secoli precedenti deve avere preceduto numerose revoche di titoli nobiliari.
Il bambino correva, Filomena lo seguiva con gli occhi, il bambino gridava, Filomena stringeva appena le labbra, il bambino tornava dalla madre.
Filomena tornava a respirare, tutto senza pronunciare una parola, era questo il suo talento, riusciva a comunicare “la vostra discendenza costituisce un errore che la Storia saprà correggere” attraverso un movimento di sopracciglio di circa tre millimetri.
Ore 8.47, un uomo passava davanti al suo ombrellone e, per una circostanza evidentemente indipendente dalla propria volontà, le copriva il sole per quattro secondi.
Quattro, li ho contati, Filomena sollevava lentamente lo sguardo e osservava l’uomo allontanarsi con l’espressione di chi sta valutando se quattro secondi di sottrazione fraudolenta di luce solare possano configurare un danno patrimoniale, l’uomo naturalmente ignorava tutto, era vivo per miracolo.
Ore 9.03, la spiaggia cominciava a riempirsi e sul volto di Filomena appariva la prima autentica delusione della giornata erano arrivati gli altri: famiglie, nonni, bambini, adolescenti, persone che parlavano, che ridevano, in alcuni casi estremi, avevano persino l’arroganza di divertirsi.
Filomena osservava questa progressiva degenerazione demografica con crescente sgomento, come se l’esistenza di altri cittadini sulla costa pugliese costituisse una lacuna del regolamento comunale alla quale nessuno aveva ancora avuto il coraggio di porre rimedio.
Ore 9.18, qualcuno accendeva una radio, si immobilizzava, la musica arrivava da tre ombrelloni più avanti, a volume assolutamente ragionevole, Filomena guardava nella direzione del suono, poi guardava il mare, poi nuovamente il responsabile, nessuna parola, il volume, dopo qualche minuto, si abbassava.
Ancora oggi ignoro se per coincidenza oppure per l'intervento di forze che la fisica contemporanea deve ancora classificare.
Ore 9.41, Filomena beveva, anche questa operazione meritava attenzione, dalla borsa color panna estraeva una bottiglia d’acqua e un bicchiere di vetro..di vetro…in spiaggia. Noi bevevamo direttamente dalle bottiglie con quella dignità residua concessaci dalle circostanze, Filomena versava l’acqua nel bicchiere come se un cameriere in giacca bianca potesse comparire da un momento all’altro per domandarle se Madame gradisse anche una fettina di limone.
Beveva tre piccoli sorsi, posava il bicchiere, poi estraeva un fazzoletto e lo puliva, a quel punto ho cominciato seriamente a considerare l’ipotesi nobiliare.
Ore 10.06, la sabbia aveva l’ardire di finire sul suo asciugamano, una quantità minima, trasportata dal vento e dunque, sotto il profilo strettamente giuridico, difficilmente imputabile a terzi, Filomena se ne accorgeva immediatamente, si alzava, prendeva l’asciugamano, lo scuoteva con due movimenti precisi, lo riposizionava, si sedeva, dopo sette minuti altra sabbia, nuova procedura, dopo altri dodici minuti, ancora, a quel punto mi sono resa conto dell’assurdità fondamentale dell’intera vicenda.

Filomena era venuta volontariamente in un luogo composto quasi esclusivamente da una sostanza che detestava: odiava la sabbia, odiava il mare abbastanza da impedirgli qualsiasi contatto fisico, odiava la musica, i palloni, i bambini che correvano, gli adulti che parlavano, le persone che camminavano davanti al sole, odiava persino il vento quando questo trasportava granelli di sabbia entro i confini del suo piccolo principato color panna.
Eppure, ogni mattina, tornava, puntuale, elegante, pettinata, perché devo aggiungere un particolare che avevo deliberatamente tenuto da parte, Filomena aveva i capelli fatti dal parrucchiere, al mare, non “in ordine” o “ben pettinati”. Fatti!
Piega impeccabile, volume controllato, ciocche disciplinate secondo un progetto evidentemente depositato presso gli uffici competenti, il vento tentava qualche iniziativa personale, Filomena interveniva immediatamente, una mano alla tempia, una lieve pressione, tutto tornava al proprio posto.
Cominciai a sospettare che anche l’Adriatico, prima di sollevarsi, fosse tenuto a presentarle apposita istanza.
Ore 10.32, arrivava una famiglia numerosa e prendeva posto nelle vicinanze.
Due bambini, una madre, un padre, una nonna e un quantitativo di attrezzatura balneare sufficiente a fondare un piccolo insediamento costiero.
Lucia li guardava sistemarsi, quando comparve una cassa portatile per la musica, vidi qualcosa spegnersi nei suoi occhi, non era rabbia, molto peggio, rassegnazione dinastica, la stessa che immagino sul volto dell’ultima aristocratica mentre osserva la folla entrare nel palazzo dopo la rivoluzione.
Ore 10.51, uno dei bambini calciava accidentalmente la palla nella sua direzione, la palla si fermava a circa mezzo metro dalla sdraio, il bambino correva a recuperarla, Filomena guardava la palla, poi il bambino e poi nuovamente la palla, il piccolo diceva: «Scusi.» Filomena inclinava appena la testa, il bambino recuperava il pallone e tornava indietro, non era successo nulla, eppure avevo la netta sensazione che il minore fosse appena stato graziato.
Ore 11.17, ormai la spiaggia era piena, Filomena sedeva immobile nel proprio quadrato d’ombra, circondata da un’umanità che aveva avuto l’impudenza di presentarsi al mare nello stesso giorno in cui c’era lei, a quel punto la domanda era diventata inevitabile:
Filomena ma tu qui che cosa ci fai?
Perché venire ogni mattina in un luogo nel quale la sabbia ti disturba, l’acqua ti minaccia, il vento compromette la piega, i bambini attentano alla quiete pubblica, gli adulti producono conversazioni, la musica produce musica e le persone, con sconcertante ostinazione, continuano a esistere?
Poi, al quinto giorno, credo di aver capito, forse Filomena non veniva al mare malgrado tutto questo, forse veniva esattamente per questo, aveva bisogno dell’umanità per poterla disapprovare.

In una villa silenziosa, con un giardino perfettamente curato e nessuno nel raggio di cinquecento metri, Filomena sarebbe stata privata della propria occupazione principale.
Qui invece aveva bambini da giudicare, palloni da sorvegliare, conversazioni da deplorare, sabbia da rimuovere e sconosciuti colpevoli di intercettare per qualche secondo una porzione di sole che lei sembrava considerare assegnata per diritto ereditario.
La spiaggia le forniva quotidianamente materiale.
Noi!
Alle 11.43 si alzava, ripiegava l’asciugamano, controllava i capelli, raccoglieva la borsa panna, chiudeva l’ombrellone e ripiegava la sedia, indossava le scarpe, poi lanciava un ultimo sguardo alla spiaggia ormai affollata.
Non saprei descriverlo con precisione, conteneva disapprovazione, stanchezza, superiorità sociale e forse una remota speranza che l’indomani il Comune avesse finalmente disposto l’accesso al mare per invito nominale.
Se ne andava lentamente, con la schiena dritta e quella particolare andatura delle persone che sembrano sempre sul punto di essere annunciate da un maggiordomo.
Io la guardavo allontanarsi, dopo cinque giorni ancora ignoro chi sia, magari è davvero una contessa, che vive al terzo piano di una palazzina con ascensore e possiede soltanto una straordinaria opinione di sé.
Francamente, preferisco non indagare.
Filomena mi piace così: una nobildonna senza titolo accertato, proprietaria morale di dodici metri quadrati di costa pugliese e fermamente convinta che il principale difetto del mare sia la sua incomprensibile apertura al pubblico.
E, devo ammetterlo, dopo cinque giorni trascorsi a osservarla mentre tentava inutilmente di frequentare una spiaggia eliminando dalla medesima sabbia, acqua, vento e genere umano, ho finito persino per affezionarmi.
Domani arriverà alle 7.46, io sarò già lì, a debita distanza.
Filomena odia la gente e ormai sarebbe scortese deluderla.
Con simpatia
Carla Babudri
Biografie abusive di perfetti sconosciuti: Filomena, l’aristocratica dell’insofferenza
Ci tengo a precisare che personaggi, nomi e vicende sono di pura invenzione, se qualcuno dovesse riconoscersi, me ne dispiaccio: la letteratura, talvolta, possiede l’indelicatezza di arrivare alla verità senza essere stata invitata.
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*Conosci le immagini e non sono nominate all'interno del mio sito o il manca il nome dell'artista?
Ti chiedo gentilmente di informarmi cosi posso onorare il lavoro dell'artista.
Mi astengo da qualsiasi responsabilità per le immagini o foto in cui non viene menzionato l'artista, prelievo tutto da internet e qualora fosse indicato il nome dell'autore è mia premura nominarlo, SEMPRE!
Grazie Carla


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